Junichiro Tanizaki è vissuto tra la fine dell’800 e la prima meta del ‘900, è il primo autore giapponese a godere di una buona fama anche fuori dal suo paese e per lungo tempo è stato reputato il miglior scrittore giapponese del Novecento. L’aggettivo che spesso compare abbinato ai suoi racconti è «scandaloso»: i personaggi maschili di Tanizaki sono uomini di mezza età o anche anziani, in preda ad ossessioni erotiche, descritte con puntualità, senza pregiudizi, e perciò è stato in più momenti considerato sconveniente.
La gatta non è l’opera maggiore di Tanizaki, ma rappresentativa per diversi motivi. Nei suoi romanzi Tanizaki racconta amori squilibrati, rapporti di coppia fuori dagli schemi; e nella Gatta non manca nessuno dei caratteri tipici della sua scrittura. Il breve racconto delinea in modo preciso e particolareggiato i rapporti di Shozo, un uomo remissivo, vittima dell’attitudine accentratrice la madre, con le sue due mogli (la ex moglie Shinako e la sostituta Fukuko), donne con un carattere deciso e orgoglioso, che competono per attirarsi le attenzioni del marito. La vittima di questa situazione è Lily, la gatta per la quale Shozo sacrifica i suoi due matrimoni. Descritta con affetto nelle sue movenze e da considerare un personaggio a tutti gli effetti, la gatta è il motore degli eventi, la spia di ciò che non funziona nella vita dei quattro personaggi che vivono accanto a lei; e fra tutti è l’unica a comportarsi in modo schietto e trasparente. Il pur breve racconto riesce a mostrare una notevole introspezione psicologica, anche perché la descrizione dei personaggi, interiore ed esteriore è una delle caratteristiche più spiccate della scrittura di Tanizaki e ben lo scrive Giorgio Montefoschi in Camera con geisha sul “Corriere della sera”, 6 aprile 1995:
«Se descrive una fanciulla, lo fa dalla punta dei piedi alla radice dei capelli: né trascura ombra della pelle, piega del busto, morbidezza delle braccia. Se descrive un viso, avvicina lo sguardo al naso o agli occhi o alla bocca: pensando di dover cogliere la piega più sottile delle narici, il bagliore più effimero delle pupille, l’arcuatura meno evidente delle labbra. Per il lettore, le donne [di Tanizaki] non hanno segreti».
Un altro dei motivi ricorrenti delle sue opere (soprattutto quelle più recenti) è l’aderenza alla cultura giapponese tradizionale, il rifiuto di ciò che è moderno, perché è identificato come occidentale, al punto che per lui «l’arrivo della luce elettrica nelle grandi città era stata una vera e propria disgrazia, perché la vita quotidiana dei giapponesi deve svolgersi in una discreta penombra». Su questo punto, ancora Giorgio Montefoschi sostiene che «Sempre, una luce opalescente, una mezza luce vicina alla penombra, illumina i modesti perimetri delle dimore in stile occidentale, o in stile orientale, mai piu’ ampi di pochi tatami: la misura della stuoia giapponese. E’ una luce torbida, quand’anche meridiana. La luce perduta che appartiene a chi osserva, contempla e spia; si spinge a chiedere la complicita’ degli sguardi estranei; dispone la lente sempre più dappresso. Finché questa lente satura la vista, avvelena il cuore e capovolge la mente».
Si consiglia, di Tanizaki, Neve sottile e Gli insetti preferiscono le ortiche